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La sindrome Annibalica dei Siciliani

La sindrome Annibalica dei Siciliani

Amo cantare le gesta del mio Popolo e della mia gente e chi mi conosce e condivide con me parte della sua vita lo sa benissimo, al punto che spesso subisce, letteralmente, il mio amore per la Madrepatria Siciliana.

A volte io stesso mi sento un mix tra Gus Portokalos e Mohammad bin Salaman Al Sa’ud, ma vi sono dei momenti in cui diventa necessario cantare non solo le glorie della Madreterra degli Déi, ma anche scovarne e analizzarne le pittoresche sindromi.

Più volte abbiamo analizzato la sindrome di Stoccolma che affligge tanti Siciliani, oggi, invece, ci concentreremo su un’altro singolare fenomeno, finora per nulla analizzato, un fenomeno che mi piacerebbe battezzare “Sindrome Annibalica”.

Il Siciliano, difatti, nell’ultimo secolo, così come il più celebre discendente dei Barchidi, nei momenti di profonda e funesta ira, si arma con determinazione e ferocia a marciare su quella che fu la capitale dell’impero di Cesare.
Le sue intenzioni sono sinistre e per raggiungere il suo fine dall’amarcord apocalittico, di distruggere la città dei sette colli, organizza una fitta rete di alleati, provenienti da ogni territorio dell’impero.

La marcia è inesorabile e trionfale, durante questa la bramosia e la sete di giustizia e distruzione monta funesta e galvanizza le truppe.

Ma, come nel celebre caso del generale Cartaginese, non appena si è pronti a sferrare il colpo di grazia all’Urbe, tutto si smonta, come una maionese impazzita che genererebbe uno degli anatemi più potenti e sinistri di Cannavacciuolo.

La marcia da trionfale diviene un fallimento e durante il ritorno in Patria, non resta che cantare le gesta che portarono l’ira neopunica fino al pomerio.

Il fatto singolare, però, non è tanto rappresentato da questa costante, bensì da un altro dato, ancor più clamoroso da prendere in serissima considerazione.

Perché se è vero, aldilà di ogni ragionevole dubbio, che le marce capitoline hanno rappresentato sempre clamorosi fallimenti, è altresì vero che una singolare azione, la quale ha sempre richiesto molti meno sforzi in termini, logistici, economici e di arruolamento di truppe, ha invece generato inaspettate e significative conquiste.

Stiamo parlando del blocco dello Stretto di Messina.

Il blocco del confine nord della Sicilia, difatti, nel corso dei millenni è sempre stato determinante per i Siciliani, i quali lo usarono contro qualsiasi nemico e contro qualsiasi avversità o insoddisfazione, al punto che per renderlo più comodo, nel 1803 nella Città dei Leoni, venne eretta una poderosa Palazzata, distrutta dai Savoia nel 1908 in seguito al sisma che sconvolse Messina.

Ma l’efficacia dell’azione, non si è rilevata determinante solo nei secoli trascorsi, difatti, anche in epoca a noi contemporanea, nonostante sia stata poco usata, ha sempre rappresentato la soluzione definitiva ad ogni insorgenza popolare.

Difatti nel 2005 bastarono 7 ore ai tifosi del Messina per vedere la loro squadra riammessa in serie A; nel 2012 bastarono pochi giorni ai Forconi per ottenere dal governo romano tutto ciò che avevano a che pretendere; e nel 2020, bastarono pochi giorni, non di blocco totale, ma di significativi ritardi al sindaco De Luca per balzare alle cronache internazionali.

Da Sicilianista, il perché di tanta efficacia mi è chiaro, la paura che i Siciliani si accorgano che anche da “soli” stanno benissimo è troppo grande per lo stato italiano, pertanto meglio non tirare la corda.

Ma nonostante l’analisi di quest’oggi e la razionalità nell’esaminare il fenomeno, continuo a non spiegarmi perché i Siciliani, da oltre un secolo, continuino a perpetrare lo stesso errore di Annibale.

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